Pescuit Sportiv - Hooked (di Adrian Sitaru)
Un picnic domenicale sembrava poter essere il modo migliore per Mihai e Sweetie per trascorrere un po’ di tempo insieme e per riconciliarsi. Ma una serie di strani e inaspettati eventi trasforma un po’ alla volta questa giornata in una serie di situazioni piuttosto spiacevoli.
Il film migliore della rassegna. Strepitoso per la tensione e per l’angoscia ricreata, dialoghi splendidi (da far imparare a memoria a Ozpeteck) e un’idea di regia molto interessante. Tutto il film è visto dalle soggettive dei vari protagonisti: un’operazione che può sembrare stucchevole, e all’inizio è faticosa da digerire, ma che con il passare del film invece non si nota ed è anche coerente con la storia.
Un gioco teorico alla Haneke con polanskismi assortiti, con il dovuto rispetto è quasi Un coltello nell’acqua (il capolavoro di Polanski negli anni ’60) contemporaneo. Da vedere assolutamente, sperando che i distributori italiani non fossero impegnati in feste (o dormite) durante le proiezioni.
Voto *** ½ (8,5)
Burn After Reading (di Joel Coen, Ethan Coen)
L’analista della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene espulso, la moglie Katie (Tilda Swinton) sta pensando di lasciarlo per il suo amante Harry Pfarrer (George Clooney), un maresciallo federale a sua volta già sposato. Da qualche parte nella periferia di Washington D.C., Linda Litzk (Frances McDormand), un’impiegata di una palestra con il sogno rifarsi tutta con un intervento di chirurgia estetica, e il collega Chad Feldheimer (Brad Pitt), trovano accidentalmente un dischetto con dei segreti della CIA e i due decidono di sfruttare l’occasione.
I Coen lasciano i luoghi delle tragedie mccarthiane e tornano a misurarsi con il loro versante tragicomico. Grande prova degli attori (tutti ma soprattutto il demente Pitt e la “fantasiosa” McDormand) in un contesto serissimo. Film che diverte ma che ci racconta in modo preciso una società alla sbando che tra cospirazioni e delazioni va verso lo sfacelo. Favolosa la scena del parco dove lo sciupafemmine Clooney vede spie ovunque. Non un capolavoro ma paicevole.
Voto ** ½ (7+)
PA-RA-DA (di Marco Pontecorvo)
E' la vera storia del clown di strada Miloud Oukili, del suo arrivo in Romania nel '92, tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu, e del suo incontro con i boskettari, i bambini abbandonati che vivono nelle fogne di Bucarest e sopravvivono tra sniffate di colla, prostituzione e furti.
Esordio alla regia del figlio di Gillo Pontecorvo. Un film delizioso al quale si perdonano qualche didascalismo di troppo (la presa di coscienza, il cattivo della Ong) e il buonismo di fondo.
Un film che commuove in modo semplice, senza ricattare. Sorpresa.
Voto ** ½ (6/7)
Do Visìvel Ao Invisìvel (di Manoel de Oliveira)
Due amici nel cuore di San Paolo tentano di conversare ma sono continuamente interrotti dallo squillo dei loro cellulari; così, per riuscire a comunicare, si telefonano e parlano della vita e del suo ritmo travolgente.
L’ironia del quasi centenario De Oliveira è sublime. In sei minuti ci racconta la nostra società che come lui stesso dice è “dai consumi esasperati, oggi tanto in voga con i veloci avanzamenti tecnologici (straordinari di per sé), ma che ci derubano della nostra cara intimità e della nostra non meno cara tranquillità, inquinando quotidianamente la terra, il mare e l’aria, con il sereno consenso delle leggi internazionali e in nome di quello che si chiama progresso".
Voto *** (7,5)
Stella di (Sylvie Verheyde)
1977. Stella, undici anni, vive appena fuori Parigi in un quartiere operaio. Ammessa a frequentare una prestigiosa scuola parigina, incontra Gladys, la figlia di due intellattuali ebrei argentini. La sua nuova migliore amica la aiuterà a muovere i primi passi nel mondo reale in un periodo cruciale della sua vita: la nuova scuola tra compagni più o meno sopportabili, la famiglia che vive in un bar, le vacanze nella campagna del nord.
Opera prima della regista francese che racconta con molta ironia e uno stile asciutto, i propri ricordi di bambina fatti di scoperte, amori, avventure, incomprensioni e delusioni. Si esce dal cinema sorridendo, ricordando Il tempo delle mele e cantando Umberto Tozzi.
Voto ** ½ (7)
Pranzo di Ferragosto (di Gianni di Gregorio)
Gianni, un uomo di mezz'età, figlio unico di madre vedova, vive con sua madre in una vecchia casa nel centro di Roma. Tiranneggiato da lei, nobildonna decaduta, trascina le sue giornate fra le faccende domestiche e l'osteria. Il giorno prima di Ferragosto l'amministratore del condominio in cambio dei debiti accumulati, gli propone di tenere in casa la propria mamma per i due giorni di vacanza. Gianni è costretto ad accettare. A tradimento, l'amministratore si presenta con due signore, perché porta anche la zia che non sa dove collocare. Gianni passa ventiquattr'ore d'inferno.
Opera prima di Gianni di Gregorio, sceneggiatore e aiuto regista di Garrone. Di Gregorio scrive, dirige e interpreta questa commedia molto teatrale che fa riflettere con intelligenza e umorismo sulla condizione degli anziani. Attrici bravissime per un cinema medio che fa divertire (tanto) e riflettere (abbastanza).
Voto ** ½ (6,5)
Piccole recensioni dei due film sull’omicidio dei 6 operai della Thissen di Torino. La disturbante tragedia tra ricordi dei familiari e dei sopravvissuti, le condizioni di sicurezza inesistenti, il silenzio della politica su questi assassinii in un racconto che si fa orribile per la fine ovvia. I documentari sono molto diversi ma entrambi necessari.
La fabbrica dei tedeschi (di Mimmo Calopresti)
Questa che non è una tragedia, ma un omicidio commesso da dei criminali. Un film perciò necessario perché fa ricordare e incazzare.
Vergognosa è però la ricostruzione di Calopresti che si conferma il più grande micromegalomane del cinema italiano: il prologo insensato, la telefonata finale evitabilissima, le interviste alla ricerca del pianto, i suoi vanesi e insopportabili primi piani, la sua voce orribile e onnipresente.
Interessante invece in modo involontario il discorso sociologico e politico: questi ragazzi erano “costretti” a lavorare per potersi permettere di continuare a comprarsi vestiti e scarpe firmate e per poter realizzare prima o poi il sogno di aprire un bar o in un ristorante. Povera patria.
Voto * ½ (5,5)
ThyssenKrupp Blues (di Pietro Balla e Monica Repetto)
Carlo Marrapodi è un giovane calabrese trasferitosi a Torino, dal 2000 ha trovato lavoro presso l'acciaieria ThyssenKrupp. Sconvolgente prima parte. Il regista segue Marrapodi da prima della tragedia e perciò capiamo in maniera perfetta come la strage fosse evitabile e come invece non si sia voluto evitarlo...
La prima parte è anche divertente nel raccontare Marrapodi. Si evitano per fortuna i patetismi di Calopresti e con la strage si dà un taglio netto al documentario: la seconda parte è totalmente diversa dalla prima e racconta, in modo forse troppo noioso, il ritorno a casa del ragazzo tra lavori domestici e banali (che probabilmente simboleggiano il nulla del dopo tragedia). Un Macigno.
Voto ** (6+)
Con colpevole ritardo (causa altri progetti, mancanza di tempo, mali stagionali, lavoro insopportabile e alienante) ecco un piccolo riassunto della marea di film veneziani visti settimana scorsa. 36 film in 8 giorni. Follia… Infatti ho passato una settimana confondendo la vita reale con quella vista sullo schermo.
CONCORSO
Iniziamo dal Concorso e da quel poco (numericamente e cinematograficamente) che è arrivato a Milano: tra gli assenti Kitano, Miyazaki, Naderi, Bigelow, Demme, German, ecc….
Non c’è Teza di Gerima (per molti il miglior film della rassegna) che la programmazione demente, come non mai, è riuscita a farmi perdere.
The Wrestler (di Darren Aronofsky)
Fine anni ’80: Randy Robinson detto “l’Ariete” (Mickey Rourke) era un lottatore professionista di grido. Ora, a 20 anni di distanza, sbarca il lunario esibendosi per poche manciate di fan irriducibili del wrestling nelle palestre delle scuole superiori e nei centri ricreativi. In rotta con la figlia e incapace di impegnarsi in una vera relazione, Randy vive per il brivido dello spettacolo.
Leone d’oro a sorpresa. Americano fino al midollo (motivo fondamentale della venerazione wendersiana) sia per la costruzione molto classica della storia, sia per lo sport più americano che si può. Rourke è spettacolare nell’immedesimarsi in un personaggio che somiglia molto alla sua vita vera (boxe invece che wrestling).
Aranofsky è poi bravo e non eccede, come spesso gli è capitato in passato, nel cercare uno stile non semplice. Commovente.
Voto *** (8-)
Ps. Il fondoschiena della Tomei vale da solo il prezzo del biglietto.
Un giorno perfetto (di Ferzan Özpetek)
Emma e Antonio (Ferrari e Mastrandrea), sposati con due figli, sono separati da circa un anno. Antonio vive da solo nella casa dove abitava con la moglie, mentre Emma è tornata da sua madre, portando con sé i bambini. Poi, una notte qualunque, una volante viene chiamata nel palazzo e la polizia si accinge a fare irruzione nell’appartamento da cui qualcuno ha sentito provenire degli spari.
Tratto dall’omonimo romanzo della Mazzucco. Tutti i difetti di certo cinema italiano: storie che si incrociano senza capo ne coda, attori fuori parte (anche il grande Mastrandrea), dialoghi pedanti e ridicoli, sceneggiatura che grida vendetta, personaggi che appaiono e scompaiono nel nulla, pressappochismo insopportabile (il call center e il discorso imbarazzante sulla politica), utilizzo dei bambini per siparietti comici rivoltanti. Si salva solo la scena silenziosa dopo la violenza del canneto. Per il resto pura spazzatura. Terribile.
voto * (3)
Il papà di Giovanna (di Pupi Avati)
Bologna 1938. Michele Casali (Silvio Orlando) si trova in una situazione disperata: la sua unica figlia, Giovanna (Alba Rohrwacher), ha forse ucciso la propria migliore amica per gelosia. La ragazza, ancora adolescente, viene dichiarata insana di mente e rinchiusa in un ospedale psichiatrico anziché in carcere. Durante il periodo di isolamento quasi totale cui è sottoposta, la sola persona a occuparsi di lei è il padre, a conferma del loro particolare legame. Delia (Francesca Neri) invece si dimenticherà della figlia e si consolerà con l’amico di famiglia Michele (Ezio Greggio).
Tematiche importanti spesso care ad Avati come la malattia, il ricordo, l’amore, il rapporto padre/figlia. Silvio Orlando è sì bravo, ma la vergognosa ricostruzione è degna del peggior cinema reazionario e revisionista. Per Avati il fascismo è:
1. magistratura indipendente (il Duce dice una cosa, i giudici ne fanno un’altra);
2. i fascisti sono tutti buoni;
3. gli unici omicidi sono commessi dai partigiani comunisti;
4. gli ospedali psichiatrici sono hotel di gran lusso con le porte girevoli.
Greggio nella parte dell’amico di famiglia fa quel che può (poco), la Neri è insopportabile. Da cult dell’orrido la scena di Greggio che corre insanguinato (citazione volontaria o involontaria del Pianista di Polanski). Evitabilissimo.
Voto * ½ (4/5)
The Burning Plain (di Guillermo Arriaga)
Mariana, una sedicenne che cerca disperatamente di rimettere assieme i cocci delle vite dei genitori in una città di confine in Messico; Sylvia (Charlize Theron), una donna di Portland che deve affrontare un’odissea emotiva per cancellare un peccato del suo passato; Gina e Nick, una coppia alle prese con un’intensa relazione clandestina e Maria, una giovane ragazza che aiuta i genitori a trovare la redenzione, il perdono e l’amore.
Esordio alla regia dello sceneggiatore di Innaritu dopo la furibonda lite che ne ha sancito la separazione. Arriaga continua con le sue storie a incastri e salti temporali. Ne esce un film di cicatrici, nel fisico e nello spirito, che però alla fine raggela. Bello ma manca l’anima.
Voto ** (6+)
L’autre (di Patrick Mario Bernard, Pierre Trividic)
Anne-Marie e Alex si lasciano senza problemi e continuano a frequentarsi. Tuttavia, quando Anne-Marie viene a sapere che Alex ha una nuova donna, impazzisce di gelosia e sprofonda in un mondo inquietante, pieno di segni e minacce.
Premio per migliore attrice alla protagonista, meritatissimo. Il film per una buona ora sembra vicino all’ottimo (bella storia, bella fotografia, bravi attori, dialoghi per nulla banali) poi sbraca in modo quasi irrimediabile. Naviga nel ridicolo ma non affonda.
Voto ** (6)
BirdWatchers – La terra degli uomini rossi (di Marco Bechis)
Mato Grosso do Sul (Brasile), oggi. I fazenderos conducono la loro esistenza ricca e annoiata. Possiedono campi enormi e trascorrono le serate in compagnia dei Birdwatchers, i turisti venuti a osservare gli uccelli. Ai limiti delle loro proprietà cresce il disagio degli indios. Costretti in riserve, gli indigeni conducono una vita priva di qualsiasi prospettiva; molti di loro, spesso i giovani, si suicidano. È proprio un ulteriore suicidio a scatenare la ribellione.
Bechis si sposta dall’Argentina al Brasile per mostrarci sempre i dimenticati della terra. Film di grandi spazi e con un assunto importante. Qualche caduta (le scarpe da tennis e alcuni personaggi poco approfonditi) ma molto intenso.
Voto ** ½ (7)
Süt (di Semih Kaplanoglu)
Yusuf ama scrivere poesie, alcune sue liriche vengono pubblicate in diverse riviste letterarie; tuttavia Yusuf non trae alcun beneficio né dalle poesie, né dal rapido calo del prezzo del latte che vendono. Yusuf rimane sconcertato nel momento in cui viene a sapere della relazione segreta della madre con il capostazione della città.
Dal regista di Yumurta un film che, prima dell’epilogo, sembra molto buono. Paesaggi rurali, inquietudine, invidie, gelosie e tanta solitudine. Ben costruito con millimetrica precisione (e lentezza), poi l’assurdo ermetismo nella conclusione rovina tutto. Astratto e metaforico fino alla noia. Occasione persa.
Voto * ½ (5,5)
Jerichow (di Christian Petzold)
Thomas, giovane e forte, è congedato dall’esercito con disonore. Ali, un affabile uomo d’affari turco, ha attraversato periodi difficili, ma ora la sua unica preoccupazione è che i dipendenti del suo bar non lo imbroglino. Laura, un’affascinante donna dal passato oscuro, sembra trovare rifugio tra le ombre del suo matrimonio con Ali.
Un “Postino suona sempre due volte” in salsa germanico- turca, tra kebab e crauti. Inspiegabile presenza in Concorso per un filmetto thriller che non sfigurerebbe in una prima serata di rai due. Affatto brutto ma prevedibilissimo.
Voto * ½ (5)
Nuit de chien (di Werner Schroeter)
È notte. Il quarantenne Ossorio arriva esausto alla stazione ferroviaria di Santa Maria con una moltitudine di profughi e di soldati vinti. Di ritorno alla città che un tempo conosceva per incontrare la donna amata, scopre che tutto è cambiato: una milizia armata terrorizza il paese, fazioni rivali si scontrano. Nella notte decisiva ognuno cerca di salvare la propria vita, senza speranza.
Il maestro di Wenders ("casualmente" premiato) torna dopo anni di silenzio con il peggior esempio di certo cinema da festival. Dal romanzo di Onetti un film teatralissimo, estetizzante, enfatico, tronfio e ridicolo. Cinema morto e sepolto. Fortunatamente.
Voto * (2)
Il seme della discordia (di Pappi Corsicato)
Veronica (la brava ex Bond girl Caterina Murino) è una giovane e bella donna sposata con un rappresentante di fertilizzanti. Un giorno scopre di essere incinta, peccato che nella stessa giornata il marito scopra di essere sterile...
Marchesa Von O. di Kleitz (e Rohmer… ) come ispirazione, Sirk, la Loren e molto molto altro nelle mille citazioni che Corsicato sparge nel film. Coloratissimo e divertente ma nulla più.
Voto ** (6+)
Secondo post “letterario” della settimana dedicato a uno dei più grandi scrittori viventi: Cormac McCarthy. Questa volta addirittura 3 romanzi, tutti letti negli ultimi mesi. Tralascio la meraviglia di Non è un paese per vecchi reso famoso dal film dei Coen, e mi concentro sugli ultimi due (La strada eSulset Limited) e su un capolavoro tirato fuori dalla polvere della mia biblioteca (Figlio di Dio).
La strada è forse il più famoso. Un romanzo postapocalittico terribile e inquietante. Una probabile terza guerra mondiale ha ridotto la vita sul pianeta Terra a un pallido ricordo. Un uomo e il figlio piccolo cercano di sopravvivere in un viaggio verso la speranza. Libro che si divora per vedere dove McCarthy vuole andare a parare ma che a poco a poco ti divora lo stomaco. Il mondo che McCarthy immagina va al di là dell’orribile, io mi auguro che la sua fantasia visionaria sia senza freni e non anticipatrice di un futuro prossimo...
Ps. È in produzione un film con Viggo Mortensen protagonista e diretto dall'australiano John Hillcoat (The Proposition). Si attende con ansia...
Sunset limited è un libricino piccino piccino, saranno non più di un centinaio di pagine con due personaggi (un bianco e un nero) che discutono della vita e della morte, di politica e religione. Molto teatrale nella costruzione, con atmosfere kafkiane e dialoghi da far studiare in tutte le scuole di scrittura (e di cinema...). Capolavoro assoluto.
Figlio di Dio racconta la storia di Ballard, un cacciatore alcolizzato che vive una quotidianità noiosa tra le catapecchie e i cortili del Sud rurale. Un luogo terribile e angosciante dove la “storia” è scandita da linciaggi e impiccagioni, dove la promiscuità e l'incesto sono la regola. La vita di Ballard all’improvviso diventa un'orgia di sangue e le sue scorribande diventano sempre più violente. Il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee come sfondo... e a commentare la storia c'è un coro di personaggi degni di un museo degli orrori. Romanzo angosciante come pochi.
Fra un po’ mi butterò su Il buio fuori o Meridiano di sangue... E tanti altri... Che scrittore!