|
lunedì, 31 marzo 2008
È un film che mi ha toccato perché osa rimestare in acque profonde dove si annida una fauna ancestrale e terrorizzante.
(Mariolina Venezia, scrittrice vincitrice del Campiello con Mille anni che sto qui)
Paolo Franchi ha esordito pochissimi anni fa con il meraviglioso La spettatrice, uno dei film italiani più belli degli ultimi anni. Ovviamente sconosciuto ai più e oscurato da una distribuzione miope e indecente. Questo è il suo secondo lungometraggio, presentato in concorso all’ultima mostra di Venezia. Il vulgus popolare anticinema italiano, sempre presente e insopportabile, lo ha subito attaccato, insultato e deriso. È invece un film da vedere e capire. E da difendere assolutamente.
La trama
Bruno Bruno (Todeschini) ha appena ricevuto dal medico una diagnosi crudele: non potrà mai avere figli. La notizia rimane chiusa dentro di lui, non la comunica alla moglie Anne (Irene Jacob), non le racconta neanche del grosso debito contratto con un usuraio che si nasconde dietro il ruolo di direttore di banca. La vita di Bruno non ha ricordi, quei pochi dell'infanzia li ha cancellati a causa di un padre egoista, un artista famoso. Nulla sembra poter cambiare ma le variabili impazzite sono molte, ed una si presenta sotto le vesti di Luca (Elio Germano), un ragazzo strano, che racconta poco di se ma sembra conoscere tutto di Bruno.
Il commento
Freddo, paesaggi desolati, pioggia, volti inquieti, buio. È un film glaciale e geometrico con un Elio Germano inquietante protagonista. Di un’eleganza stilistica non comune, carrelli lentissimi e raggelanti disturbano non poco. Parte come un thriller psicologico ma alla fine non è più un thriller… è un film che parla di un uomo che incarna il male, un male che può annidarsi dentro chiunque.
Nessuna qualità agli eroi crea discrasia com un quadro astratto. È come quei dischi che all’inizio non capisci ma poi li riascolti e li scopri “differenti e favolosi”: un po’ come il Battisti di è già o di L’apparenza...
È cinema che punta in alto che non ricorre ai soliti temi del cinema italiano (il familismo e la commedia), nel rapporto padre/figlio ricorda certo cinema straordinario di Bellocchio, ci sono rimandi interessanti a certo “cinema psicoanalitico” molto in voga anni addietro.
In certe sequenze si perde un po’ ed è forse troppo freddo. Non è probabilmente un film riuscitissimo ma è volutamente ambiguo e “non comune”, infatti non è stato capito ed è subito stato etichettato come difficile o intellettuale (con disprezzo per la parola) o peggio ancora come presuntuoso. Io lo difendo e lo consiglio. Non è sicuramente “cinema da amare”, è cinema che disturba la mente. Si esce dalla proiezione confusi e inquieti. È pessimista, ancor più di Sweeney Todd, perché non c’è la minima spiegazione, o giustificazione, al Male. Senza via di uscita e senza speranza. Disturbante.
Voto 6,5 (**1/2)
venerdì, 28 marzo 2008
- Mi scusi mi sa dire dove si trova il centro della cultura araba?
- Qui? Qui non c’è cultura... né israeliana, né araba. Non c’è proprio cultura
Opera prima del regista israeliano Eran Kolirin (autore anche della sceneggiatura) che consiglio vivamente a tutti. Premiato nella sezione Certain Regard all’ultimo festival di Cannes, è un piccolo grande film divertente che dice anche qualcosa di importante sul medioriente.

La trama
Una piccola banda musicale della polizia egiziana arriva in Israele per suonare ad una cerimonia, ma a causa della burocrazia, della sfortuna o per qualche altra ragione ,si ritrova in una piccola cittadina desolata e dimenticata, da qualche parte nel cuore del deserto.
Il commento
Delizioso film che sorprende per la sua stralunuta ironia. Le facce degli attori sembrano venire direttamente dal cinema muto, i dialoghi sono spesso pieni di ironia e divertenti, quasi quanto le espressioni dei volti dei fantastici protagonisti. Chi lo ha accostato a Kaurismaki ha visto abbastanza bene, la tristezza del grande finnico è qui più moderata ma si rintraccia comunque il tono surreale del genio Aki.

Il senso straniante è sempre presente e provoca spesso divertimento: i tamarri israeliani a confronto con la compostezza egiziana sono esilaranti (la scena del ballo con i pattini a rotelle è strepitosa!) e rendono il film lontano anni luce dai molti film sul conflitto arabo-israeliano. La musica è poi importantitissima in questo senso: il parallelismo tra musica classica egiziana (colonna sonora dei famosi film strappalacrime), quella israeliana, il jazz di Chet Baker e l’inserimento della techno, pone in film in un luogo surreale...
Si potrebbe accostare il film ad altre opere uscite di recente da quell’area (Meduse e Caramel ad esempio, la protagonista in alcune sequenze sembra proprio essere uscita dal salone di bellezza del film libanese...), capaci di raccontare con leggerezza la vita delle persone. E in questo caso anche il senso di solidarietà tra popoli che è un messaggio universale quanto mai importante in questo periodo.
Voto 8(***)
giovedì, 27 marzo 2008
Ormai la giornata volge quasi al termine ma c'è tempo per rimediare.
- Siamo nella Settimana della Cultura 2008!
- In Italia?
- Dicono di si
- Io non me ne sono accorto
- Come no?
Anche il cinema è cultura. Per questo la Direzione Generale del Cinema, in collaborazione con AGIS, ANEC, ANICA e ANEM, offre, sempre il 27 marzo, l’ingresso al costo di 1 euro in tutti i cinema aderenti all’iniziativa su tutto il territorio nazionale.
Una volta tanto si fa un favore ai cinefili... Ecco l'elenco dei cinema:
http://www.beniculturali.it/pdf/elencoSaleCinemaSett2008.pdf
buona seratona cinefila! Io spero di recuperare qualcosa in tarda serata...
Denis Dercourt cerca di rifare Chabrol, solo in parte ci riesce...

La trama
Mélanie, una ragazzina di 10 anni affronta l’esame per entrare in Conservatorio, ma non lo supera a causa dell’atteggiamento privo di attenzione del presidente della Giuria, una famosa pianista (Catherine Frot). Amaramente dispiaciuta, abbandona il pianoforte.
Dopo 10 anni Mélanie (Deborah Francois) va a lavorare nell’ufficio del signor Fouchècourt, marito della famosa pianista. La dedizione della ragazza nel lavoro fa sì che il Signor Fouchècourt la assuma per accudire suo figlio per le vacanze. La signora Fouchècourt ben preso apprezza la sensibilità musicale di Mélanie, che diviene la sua voltapagine.
Il commento
Il regista ha ben presente il cinema del grande Chabrol e cerca di imitarlo in ogni inquadratura. Film gelido, glaciale come la bellissima protagonista (la meravigliosa e irriconoscibile protagonista de L’enfant dei Dardenne) e bisogna sottolineare che, nonostante una certa prevedibilità dell’intreccio, il film mantiene la suspence iniziale fino alla fine.
Questo film mi fa pensare a una costante di certo cinema d’autore di oggi: molti registi cercano di rifarsi ai grandi vecchi, ma il rifarsi è una cosa, fare film emozionanti e inquietanti come quelli del vecchio Claude (o come quelli di Haneke) ce ne passa...
Voto 6+ (**)
martedì, 25 marzo 2008
“Gli uomini mangiano gli uomini”
Tim Burton. Solo tim Burton può partorire un film del genere. Tratto dal musical di Hugh Wheeler e Stephen Sondheim il maestro di Edward mani di forbice, Big Fish e Nightmare before Christmas ci regala un altro grande film.

La trama
Il barbiere Sweeney Todd (Johnny Depp) ovvero Benjamin Barker torna a Londra dopo essere stato ingiustamente imprigionato. Sotto la sua vecchia bottega ha aperto un negozio di pasticci di carne Mrs. Lovett (Helena Bonham-Carter), da sempre segretamente innamorata di lui. Todd ha un unico pensiero: vendicarsi del giudice Turpin, colui che ha sentenziato l'infamante condanna di reclusione.
Il commento
Il musical è un genere che per il suo antirealismo non mi ha mai entusiasmato, in questo caso invece Tim Burton, anche grazie alle fantastiche scenografie di Dante Ferretti, dipinge la sua classica favola nera tramutandola fin da subito in un’allegoria “realistica”. Il regista fa “vivere” una Londra cupissima, dalle atmosfere dickensiane: il film è quasi un bianco e nero per la capacità di Burton di mostrare prima l’oscurità di Londra, poi il colore improvviso del sangue, a chiazze e schizzi, improvviso e orrorifico. A tratti sembra di rivivere il vecchio caro horror del cinema muto e ti aspetti che da un angolo buio appaia Boris Karloff o Lon Chaney…

Strepitoso film di vendetta, amore, morte e orrori, Sweeney Todd ti lascia attaccato allo schermo, senza parole in preda a invenzioni una dopo l’altra. Visivamente incredibile, affascinante e tragico, intriso di un pessimismo assoluto: per la prima volta Burton mostra quanto è repellente l'umanità nella sua totalità, non ci sono personaggi buoni o i fantastici “mostri con anima” che hanno caratterizzato la sua filmografia. Spietato.
Il cast è burtoniano fino al midollo: c’è una Helena Bonham-Carter mai così “splendente”, anzi direi forse meglio di Johnny Depp, un sorprendente Sacha Baron Cohen nei panni del cinico Adolfo Pirelli. Menzione anche per Alan Rickman e per l’irriconoscibile Timothy Spall, il fantastico Maurice di Segreti e Bugie di Leigh.
Voto 8,5 (***)
|
|