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venerdì, 29 febbraio 2008
 

THE HOST: la vitalitĂ  del cinema coreano

Strepitoso film di Joon-ho Bong (a Cannes nel 2006) che conferma la straordinaria vitalità del cinema coreano...
the_host
Seul 2006. In seguito a contaminazioni tossiche il fiume Han subisce strane mutazioni nei pesci che lo abitano. Un nostro non meglio identificato riemerge dalla profondità e inizia a seminare il panico tra la gente e nella famiglia che gestisce uno snack bar sulle rive del fiume. La piccola Hyun-seo viene catturata dal mostro del fiume e sparisce sotto gli occhi del padre. Si pensa ad un virus che possa contaminare l’intera Corea. La famiglia si riunisce e prende a cercare la bambina.
Film di genere grandioso (capacità registiche indubbie) che è anche capace di dire cose importanti sul mondo che ci circonda: è una folle, delirante e surreale satira della psicosi collettiva da virus (vedi aviaria), del dominio americano, dell'insensatezza del potere ed anche sull'eco-ambientalismo. Mancano solo le multinazionali farmaceutiche per completare l’opera di un post-epidemia. Comunque follemente divertente e capace di un’ironia che solo in Corea ormai si riesce ad avere.
Voto 7,5 (***)


giovedì, 28 febbraio 2008
 

SHORTBUS: il finto scandalo che tanto piace...

Ecco il film di John Cameron Mitchell che ha scandalizzato a Cannes due anni fa.

shortbus

la trama

New York. Sette personaggi incrociano le loro vite e i loro gusti sessuali frequentando un “club”, lo Shortbus. Sofia è una sessuologa che non ha mai avuto un orgasmo. Incontra Severin, una punk fotografa che vive in un seminterrato. Fra i clienti di Sofia ci sono James e Jamie, una coppia gay in crisi.

Amanti dello stereotipo? Ecco il film che fa per voi! Accorrete di corsa al cinema che proietterà questo capolavoro porno che ha sconvolto il festival di Cannes. Il film inizia con un auto pompino da antologia e finisce in un’orgia entusiasmante. Sulla scia di una colonna sonora di primo livello, è meraviglioso scoprire la sensibilità dell’omosessuale, il gay triste e insoddisfatto della vita, il voyeur che con la perenne telecamera riprende la vita altrui. Lesbiche e travestiti che parlano solo di cazzi e fiche.... Quadri che aumentano di intensità con una spruzzata di sperma, arte mestruale... mestruale? Si, avete capito bene ma è meglio non soffermarsi troppo...., Fotografie “artistiche”, uova che si infilano tra le gambe e telecomandate simulano l’andamento dell’organo maschile, performance art, schiavi e padrone, sadomaso, rapporti omosessuali a più persone con scene hard, un vecchio ottantenne con un modello di vent’anni, eccetera, eccetera, eccetera....

Oh che scandalo! Meglio un porno di quart’ordine.

Voto 3 (*)

 



martedì, 26 febbraio 2008
 

Non è un paese per vecchi: la grandezza di Cormac McCarthy nel meraviglioso film dei Coen

Attendevo il film con ansia. Ho letto il romanzo di Cormac McCarthy pochi mesi fa (http://vivelamour.splinder.com/tag/cormac_mccarthy), perciò durante la visione del film ne ho colto tutte le sfumature: sono strafelice nell’aver riscontrato una fedelissima trasposizione della scrittura secca, spietata e imprevedibile di McCarthy, uno dei migliori scrittori americani contemporanei (già pregusto l’adattamento di La strada, si dice con Viggo Mortensen, il suo romanzo più disperato).
 
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La trama.
In una zona desertica del Texas, il cacciatore Llewelyn Moss (Josh Brolin) scopre un camioncino circondato da alcuni cadaveri, un carico di eroina e una valigetta con più di due milioni di dollari in contanti vicino al Rio Grande. Che fare? Llewelyn è una persona onesta ma quel denaro lo tenta troppo. Decide di tenerselo dando il via a una reazione a catena che neppure il disilluso sceriffo Bell (Tommy Lee Jones) può riuscire ad arginare. Moss deve fuggire, in particolare, dalle attenzioni del sanguinario sicario Chigurh (Javier Bardem).
 
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Il film è terribile e inquietante: sembra un ferocissimo noir ma è soprattutto un apologo morale sul bene e sul male, Ethan e Joel Coen tornano a confrontarsi con i temi di Blood Simple e di Fargo e ci mostrano tutti gli orrori della provincia americana. La grandezza di Non è un paese per vecchi è clamorosa, provo a ricercarne i motivi...
 
- la regia “classica” dei Coen. Le classiche inquadraure di largo respiro che hanno fatto grande il cinema americano, i lentissimi carrelli, essenziali e geometrici, visibilissimi e stupendi soprattutto nelle scene di dialogo, le pause contemplative, l’assenza della musica (tranne 10 secondi di canzone messicana) poi rende ancor meglio la suspense e la violenza feroce e improvvisa...
 
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- la sceneggiatura dei Coen. Anche se qui il merito principale è nella maestria della scrittura di McCarthy,la cosa molto positiva è che i Coen non hanno voluto “metterci le mani”: non hanno modificato quasi nulla della perfezione della storia (anche la scena clou fuori dall’inquadratura e i salti temporali sono tutte cose già presenti nel romanzo) e hanno ovviamente lasciato intatto l’humour nero e l’ironia, soprattutto nei dialoghi strepitosi e pieni di disperazione...
 
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- gli attori poi sono stupefacenti. Brolin è bravissimo, Javier Bardem con stivali da cow boy e capelli alla Renato Zero è leggendario... uno dei cattivi più agghiaccianti mai visti sullo schermo. E poi c’è Tommy Lee Jones, nel ruolo dello sceriffo, con le sue rughe e la sua faccia vecchia e stanca che riflette sulla disperazione dell’America contemporanea: un personaggio così non può che essere visto cinefilmente come la prosecuzione dello straordinario personaggio di In the valley of Elah, nel film di Haggis era un ex militare che scopre per la prima volta le debolezze di un paese e le certezze che iniziano a disintegrarsi, qui il personaggio dello sceriffo ha ormai perso tutte le illusioni e si lascia andare nel puro disincanto...
 
Che gran film... Gli Oscar vinti (film, regia, sceneggiatura e l’ attore non protagonista Javier Bardem) sono strameritati e non possono che fare enorme piacere.
 
 
Voto 9,5 (****)
 


lunedì, 25 febbraio 2008
 

I tempi che cambiano: il favoloso senso del racconto di André Techiné

André Techiné è uno dei più grandi registi francesi. Recentemente gli è stata dedicata una retrospettiva al Sottodiciotto Film Festival di Torino dove è stata anche presentata una monografia curata dalle Edizioni Cineforum. Come quasi tutti i registi francesi ha scritto anche lui sui Cahiers e ha esordito dietro la macchina da presa 40 anni fa… Ha prodotto tanti film, alcuni stupendi (l’immenso Les roseaux sauvages- L’età acerba) altri un po’ meno, ma nonostante questo non ha la fama che merita.

 

techine

 

Techiné torna a Tangeri dopo il precedente Loin (Lontano) e ci regala un altro film splendido. Tangeri, città di confine. Già in terra d’Africa, ma l’Europa è subito lì, visibile nelle giornate chiare oltre lo Stretto di Gibilterra. Città in cui i mondi si incontrano, le culture si confrontano, le persone sembrano vivere quasi sospese. E I tempi che cambiano, di André Téchiné, racconta proprio questa umanità che pare vivere su un ponte, divisa (ma insieme “moltiplicata”) tra due anime tanto diverse. Antoine (Gérard Depardieu) è inviato a Tangeri per supervisionare un cantiere. Là rincontra Cécile (Catherine Deneuve). Si sono amati 30 anni prima, si sono lasciati e non si sono mai più rivisti. Lei è sposata in Marocco e si è rifatta una vita. Lui non è mai riuscito a dimenticare e a guarire... Ora ha in mente solo un'idea: riconquistarla...

 

Bellissimo, affascinante, più che attuale, racconto corale che ci parla di colonialismo, di differenze tra razze, di sessualità, di omosessualità, di famiglia, di tradizione, di Islam, di modernità, di realtà e addirittura di magia, di amori vecchi che ritornano e di amori nuovi che sbocciano. E poi ci sono sempre la politica e il terrorismo in sottofondo…

 

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Scrivendo una sceneggiatura non saprei quali altro elemento aggiungere se volessi fare un discorso complessivo su un’epoca e le sue trasformazioni. La “carne al fuoco” è talmente tanta che ci si potrebbe perdere completamente in discorsi deliranti da affresco, invece Techiné ne smorza i toni e trova un equilibrio magico: ci lascia vedere questo film in modo leggero e disteso, mette spesso la macchina da presa addosso agli attori (meravigliosi tutti, la Deneuve e Depardieu in testa) per buttare anche noi dentro la storia. I tanti personaggi ma anche noi spettatori ci immergiamo nel racconto e ci troviamo, come nella vita,  davanti a più scelte o alla difficoltà di sceglieree Techiné è strepitoso nel stare dentro ma al contempo stare fuori e darci una visione d’insieme di questi tempi che cambiano… La commistione di dramma e commedia, lo sguardo corale (alla Altman) gli fanno afferrare il presente come solo i grandi romanzieri sanno fare: infatti Goffredo Fofi lo definisce il “miglior romanziere della Francia Contemporanea”.

 

 

Voto 8,5 (***)



venerdì, 22 febbraio 2008
 

Lo scafandro e la farfalla: l’immaginazione e la magia del cinema

Adattamento per il cinema dell’autobiografia straziante di Jean-Dominique Bauby (pubblicata in Italia da Ponte delle Grazie), ex direttore di Elle rimasto paralizzato in seguito a un incedente stradale. Il miracolo del film è dovuto all’incontro tra lo sceneggiatore Ronald Harwood e la sensibilità artistica del pittore e regista Julian Schnabel (Basquiat e Prima che sia notte). Ne esce un grandissimo film, coraggiosamente e giustamente premiato per la regia sia all’ultimo festival di Cannes che ai Golden Globe 2008, oltre che candidato a quattro Oscar (Miglior regia, sceneggiatura non originale, fotografia e montaggio).
 
sca
 
L'8 dicembre 1995, un incidente violento, ha gettato Jean-Dominique Bauby, giornalista e padre di due figli, in coma. Quando ne esce l'unico movimento che gli è consentito è quello di un occhio con il quale comunica e con il quale riesce a scrivere un libro 'Lo scafandro e la farfalla'.
 
Film struggente e teoricamente il più antispettacolare che si possa immaginare: Schnabel racconta la storia attraverso il battito di ciglia che diventa, oltre che il modo di comunicare di Bauby, anche il battito ritmico del montaggio del film. Sicuramente una sfida, forse volutamente "artistica" ed “estetica” ma che riesce a coinvolgere e colpire in maniera incredibile… Io personalmente mi sono fatto prendere da un'emozione che la razionalità spesso mi impedisce.
 
bfdiving
 
La regia è più che particolare, alcuni l’hanno criticata per gli sguardi in macchina, le inquadrature sghembe e perfino la messa a fuoco incerta considerandoli giochini avanguardistici, ma invece sono assolutamente necessari alla drammaticità della storia. È bel cinema e siamo ben lontani dal virtuosismo estetico...
Una trama del genere poteva anche portare al patetico e al piagnisteo o peggio ancora al ricatto emotivo (il classico espediente alla Von Trier…), Schnabel invece riesce a regalare scorci divertenti, a tratti esilaranti nonostante la tragedia sia lì a un passo… Perciò è una sfida indubbiamente vinta facendo delLo scafandro e la farfalla un film magico che ci porta nelle pieghe delle sofferenza con equilibrio, realismo e leggerezza.
 
Voto 8 (***)