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mercoledì, 30 gennaio 2008
Siamo circondati da immagini consumate, e ce ne meritiamo di nuove.
(Werner Herzog)
È in pieno svolgimento al Museo del Cinema di Torino una retrospettiva/omaggio dedicata a uno dei più grandi geni della storia del cinema contemporaneo: Werner Herzog. Un visionario? Uno sperimentatore di linguaggi? Un inventore di utopie? Un narratore dell'impossibile? Lui si definisce: “sono un semplice narratore di storie”.

I suoi film lasciano dentro sempre qualcosa di speciale, oltre lo stupore per il filmare l’infilmabile... Fare l'esperienza dei film di Werner Herzog significa modificare per sempre il nostro atteggiamento di spettatori abitudinari e passivi*. Parlare di tutti i suoi film sarebbe troppo lungo perciò cerco di dire qualcosa solo su alcune sue tematiche, ad esempio tralascio L'enigma di Kaspar Hauser che ho visto anni fa rimanendone sconvolto, e inizio con il suo primo e strepitoso lungometraggio Segni di vita: una storia di guerra su un’isola del meditteraneo con la follia che si manifesta e scoppia improvvisa, come una rivolta assoluta contro tutto e tutti, già in questo film ci sono tutti i temi dei suoi successivi capolavori...
Con Fata Morgana del 1970, un film di una bellezza sconvolgente e di un genere inclassificabile (alcuni scrivono documentario "metafisico") si capisce qualcosa della follia di Herzog, oltre a una colonna colonna sonora “classica” con musiche di Mozart e Hendel, il regista aggiunge una voce fuori campo che recita versi sacri degli indios e la musica che gli piaceva del periodo (tre meravigliose canzoni di Leonard Cohen) senza chiederne i diritti... Risultato: film oscurato da 30 anni...
Fata Morgana è il primo caso in cui Herzog riesce a combinare la bellezza delle immagini e la musica in modo favoloso. Il suo rapporto con la musica è spesso complesso e sorprendente: ha per lui un’importanza determinante, non solo relativamente all’aspetto tecnico ma anche all’interno dei meccanismi narrativi del film stesso, e in questo modo gli abbinamenti più assurdi trovano una coesione con le immagini inspiegabile. Tra i tanti rapporti con i musicisti, il più importante è sicuramente quello con i Popul Vuh di Florian Fricke che hanno composto le colonne sonore di Nosferatu, Aguirre, furore di Dio, Fitzcarraldo e L'enigma di Kaspar Hauser (in cui, tra l'altro, compariva anche Fricke come attore).

I miei personaggi sembrano degli outsider, ma è il resto ad essere outsider**
Gli aneddoti sui suoi film si sprecano e sono leggendarie le famose liti con il suo attore feticcio Klaus Kinski (il suo “nemico più caro”, come il titolo del film che gli ha dedicato): già da Aguirre Furore di Dio il rapporto tra i due non fu dei migliori e i contrasti fra le due forti personalità si fecero sentire, Kinski ebbe delle continue diatribe con la troupe e un’insofferenza nei metodi di lavoro dell’autore (da lui definito spregiativamente, durante una lite, “regista di nani”, con chiaro riferimento alla pellicola diretta nel 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli). Ad un certo punto, nella fase finale delle riprese, Kinski minacciò di abbandonare il set, e mandare così all’aria tutto il lavoro, tanto che Herzog gli disse che, se non continuava il film, avrebbe preso un fucile e gli avrebbe sparato otto pallottole in testa, e la nona se la sarebbe tenuta per sé. Kinski, dopo aver urlato e tentato di chiamare le autorità (il posto di polizia più vicino era ad almeno 450 chilometri dal set), si calmò e portò a termine le riprese...

Si narra anche di una scazzottata (forse durante la lavorazione di Fitzcarraldo) in mezzo agli indios che totalmente spazientiti dai compartamenti di Kinski chiesero a Herzog “vuoi che te lo uccidiamo?”, se il regista avesse risposto di sì lo avrebbero sbranato realmente... Sulla lavorazione di Fitzcarraldo poi si può scrivere per ore: la cosa incredibile è che la frase simbolo del film è «Chi sogna può muovere le montagne» e allora Herzog per fare il film, e poiché voleva che il pubblico percepisse che era tutto vero, ha realemente fatto scavalcare la montagna a una nave!*** Per maggiori dettagli su questo immenso film vi rimando al libro che Herzog ha scritto La conquista dell’inutile, pieno di storie bizzare oltre che inquietanti: le pretese assurde di Kinski, le malattie che hanno devastato il set, Mick Jagger attore...

L’ultima parte della sua carriera è scandita da documentari (veri e finti) e da un altro colpo del suo genio malato: Apocalisse nel deserto del 1992, un finto documentario realizzato subito al termine della Guerra del Golfo, tra i pozzi di petrolio che gli iracheni in ritirata incendiarono. La provocazione di Herzog sta nell'aver girato un documentario/non documentario sfruttando le suggestioni date dalle immagini viste e riviste alla tv e ha ripreso l'affanno degli uomini intenti a spegnere le fiamme ma allo stesso tempo ha fatto poi incendiare di nuovo i pozzi per “dimostrare l’impossibiltà dello stare senza”, oppure per migliorare le immagini del suo film (follia?).
Su questa lunghezza d’onda è da segnalare anche l’ultimo strepitoso L'ignoto spazio profondo dove Herzog racconta una storia di fantascienza come fosse un documentario, attraverso filmati ambientati nello spazio tratti dall'archivio della NASA e immagini del Polo Sud, contrappuntate da musica sarda e senegalese... E anche in questo caso Herzog riesce a combinare la bellezza delle immagini e la musica in modo favoloso...
Quella di Torino è la più vasta e completa retrospettiva mai realizzata, per tutte le informazioni dettagliate vi rimando al sito del Museo del Cinema:
http://www.museonazionaledelcinema.org/it/herzog_n2.pdf
* Aberto Barbera, direttore del Museo del Cinema, alla presentazione della retrospettiva
** Intervista di Enrico Ghezzi a Werner Herzog, da Duellanti n°36 dell'ottobre 2007
*** Werner Herzog, La conquista dell'inutile, Mondadori, Milano 2007
Filografia completa con la mia valutazione mereghettiana (da * a ****) dei film che ho avuto la fortuna di vedere...
Segni di vita (1968) ****
Fata Morgana (1970) ***
Anche i nani hanno cominciato da piccoli (1970)
Paese del silenzio e dell'oscurità (1971) documentario ***1/2
Aguirre, furore di Dio (1972) ***
L'enigma di Kaspar Hauser (1974) ****
Cuore di vetro (1976)
La ballata di Stroszek (1977)
Nosferatu, principe della notte (1978) ***
Woyzeck (1979) ***
Fitzcarraldo (1982) ****
Dove sognano le formiche verdi (1984)
Cobra Verde (1987) ***
Echi da un regno oscuro (1990) documentario ***1/2
Grido di pietra (1991)
Apocalisse nel deserto (1992) ****
Rintocchi dal profondo (1993) documentario
Il piccolo Dieter vuole volare (1997) documentario
Kinski, il mio nemico più caro (1999) documentario ***1/2
Invincible (2001) **
Kalachakra, la ruota del tempo (2003) documentario ***
Il diamante bianco (2004) documentario
Grizzly Man (2005) documentario ***1/2
L'ignoto spazio profondo (The Wild Blue Yonder) (2005) ***1/2
Rescue Dawn (2006)
Encounters at the End of the World (2007) documentario
postato da ClaudioCasaz |
13:10
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martedì, 29 gennaio 2008
Il film ha 30 anni, è del ’78, ma è attualissimo nel raccontare il potere e chi lo esercita. Regia di Faenza e, cosa fantastica, sceneggiatura dei giornalisti Antonio Padellaro (ora direttore dell’Unità) e di Carlo Rossella (ex direttore del Tg5 e ora splendido direttore di Panorama oltre che berlusconiano convinto).
Il film è un immenso collage di immagini d’archivio per raccontare la via clericale alla democrazia capitalistica*, ci sono voluti 2 anni di ricerche e 400.000 metri di pellicola per arrivare a quest’opera di montaggio che ripercorre trent'anni di potere democristiano in Italia. Senza commento fuori campo, il film conserva generalmente l'integrità audiovisiva dei documenti scelti; la manipolazione consiste nell'inserire qua e là battute, parole, rumori che acquistano dal contesto un significato umoristico, satirico, derisorio.
Si racconta la storia d’Italia tutto attraverso la propaganda democristiana e ecclesiastica, è un viaggio nel Tempo all’interno del Palazzo** il viaggio di De Gasperi in America nel ’47, le elezioni del ’48 (“nelle urne Dio ti vede, Stalin no!”, il piano Marshall, Sanremo, le censure televisive e sui giornali, il pudore, la legge truffa, il referendum sul divorzio, piazza Fontana, il centro-sinistra… Si racconta il potere democristiano attraverso tutti i suoi principali esponenti, Fanfani, Moro, Leone, il giovane Andreotti, le loro faide interne.
Tutto il film è una solenne ricostruzione liberatoria e dissacrante del Potere, in quegli anni si poteva ancora scherzare con il Potere e "si poteva ridere ma insieme sentirsi agghiacciati"***. A tratti si rischia la farsa goliardica (soprattutto quando si mettono le vocine a commentare più o meno fedelmente i volti dei politici) ma mantiene comunque una visione drammatica del nostro paese. Il film raggiunge il culmine dell’agghiacciante in tre scene:
- al Quirinale Nixon che brinda tra i silenzi imbarazzanti degli esponenti Dc mentre la folla fuori dal palazzo urla “yankee go home”;
- il presidente della Repubblica Leone viene contestato platealmente con urla feroci come “Leone crepa!” e lui fa la corna come risposta…;
- il congresso del 1976 mai visto nulla sulla tv italiana (le immagini sono della televisione svizzera), dove Fanfani, Rumor e gli altri principali leaders vengono insultati con urla del tipo “culattoni”, “andate a casa”, “vaffanculo”, e la cosa veramente che lascia di sasso sono le facce dei leaders impietrite come non mai…
Il film è pressoché sconosciuto e oscurato, non è mai passato in tv, è scomparso da qualunque archivio e vedendolo se ne capisce il perché…
Voto 7+.
* Tullio Kezich, La repubblica, 13-1-1978
** Morando Morandini, Il Giorno, 13-1-1978
*** Natalia Ginzburg, La Stampa 31-1-1978
sabato, 26 gennaio 2008
Ci sono film che quando esci dal cinema sei incapace di qualunque commento... solo dopo un giorno di riflessione si prova a elaborare qualcosa.

Dal romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakauer, il film è basato su una storia vera. Dopo aver conseguito la laurea alla Emory University, il ventiduenne Christopher McCandless (strepitoso Emile Hirsch) abbandona la sua vita agiata, dà in beneficenza i suoi risparmi (24.000 dollari) e parte in un viaggio verso l’ignoto. Il percorso di Christopher lo porta tra l’altro ad attraversare i campi di grano del Sud Dakota e a viaggiare controcorrente lungo il fiume Colorado: Chris incontrerà una serie di pittoreschi personaggi che cambieranno per sempre la sua visuale della vita, e si spingerà ancora oltre per raggiungere l’Alaska e vivere in mezzo alle “terre selvagge” del Nord del Paese.
Il soggetto sembra vecchio ma è semplicemente puro CINEMA CLASSICO: il film è pieno di letture classiche, da Tolstoj a Jack London fino a Thoreau, di cui il protagonista parafrasa la citazione:
Non l’amore, non il denaro, non la fama, datemi la verità.
Mi è parso uno dei classici ed affascinanti viaggi americani con tutta l’enfasi e la retorica dell’On the road. Un western contemporaneo che celebra la libertà e la folle ricerca dell’assoluto. L’orgoglio a volte ottuso e arrogante del protagonista di saper fare da sé e di mettersi sempre alla prova, sintetizza questa ricerca di una verità radicale e mai piegabile, ostinata fino all’estremo, sfacciata ed eccessiva. Tutto ciò fa pensare come la vita di ognuno può essere differente con un minimo di coraggio o di voglia di cambiamento in più...

Mereghetti come spesso gli capita coglie nel segno scrivendo di “respiro dell'aneddoto per aprirsi su una riflessione molto più ampia, che abbraccia i miti fondanti di una nazione e di una cultura”. Into the Wild non è tormentato come i suoi primi film, ma Penn non abbandona del tutto la durezza dei rapporti umani (una menzione speciale per il padre distante e borghesissimo William Hurt) e sociali che aveva descritto in passato. Usa solamente uno stile più contemplativo ma racconta comunque l’odio verso la civiltà e la famiglia: trova la chiave giusta per raccontarla descrivendo il fascino della natura, le difficoltà dei rapporti di famiglia, l'individualismo contro il bisogno di amore e tutte le contraddizioni della società contemporanea. Infatti il ragazzo “acquista la saggezza” attaverso tutti gli incontri casuali (gli hippies, i danesi folli, il vecchio eremita) che segnano così una specie di linea emotiva e sostitutiva della famiglia e della “società” in generale.

La capacità con cui Penn miscela tematiche così diverse e complesse è unica anche dal punto di vista squisitamente “tecnico”: è abilissimo nell’alternare gli ampi spazi con i primi piani del ragazzo e del suo senso di vuoto. È indubbiamente il miglior film di Penn, molto più dell’osannato esordio Lupo solitario, o dell’esaltato La promessa, film che a me non avevano affatto convinto. Sicuramente Penn negli anni ha appreso molto dai registi che lo hanno diretto, in questo film si vedono certe atmostfere alla Malick, tutto il classicismo di Eastwood ma anche il montaggio a frammenti di Iñárritu. Poi nel film ci si imbatte in echi di John Ford, di Herzog, del Lynch di Una storia vera, ma anche del Kurosawa di Dersu Uzala. E tutto è combinato in modo sapiente, anche la voce off della sorella che potrebbe sembrare ingombrante non è fastidiosa ma è utile al racconto della storia. È sicuramente positivo e segno di umiltà capire (e carpire) i segreti dei grandi registi...
Voto 8,5
Ps. Strepitosa la colonna sonora di Eddie Vedder (il cantante dei Pearl Jam), che infatti ha già vinto il Golden Globe.
postato da ClaudioCasaz |
20:51
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venerdì, 25 gennaio 2008
Eccoci qua.
(foto e testo tratto da www.corriere.it)
Dopo neanche due anni in mezzo a una strada.
Per fortuna non ho visto l'abominio di ieri in parlamento ma ne scrivo con tristezza nonostante non condividessi più della metà delle iniziative di questo governo...
Che fare?
Mi deprimo?
Mi strappo i pochi capelli rimasti?
Non lo so... Forse per la prima volta non mi incazzo neanche.
Ed è la cosa peggiore.
mercoledì, 23 gennaio 2008
Vedere un film di Greenaway è sempre un’esperienza particolare…

Kyoto, anni '70 e '80. Figlia di uno scrittore calligrafo (H. Ogata), Nagiko (V. Wu), continua il piacere paterno della scrittura sul corpo. A diciotto anni è indotta a sposare il nipote (K. Mitsubishi) dell'editore (Y. Oida) che pubblica gli scritti del padre in cambio di prestazioni sessuali. Ossessionata da I racconti del cuscino, scritti dalla cortigiana Sei Shonagon nel XI secolo, Nagiko lascia il marito e va a Hong Kong in cerca di amanti disposti a scrivere sul suo corpo. S'innamora, ricambiata, di un traduttore inglese (E. McGregor) che diventa a sua volta amante dell'editore del padre. Dopo il suo suicidio scopre di esserne incinta e innesca una spirale di mortale vendetta. Come aveva fatto suo padre con lei bambina, Nagiko scrive un augurio di buon compleanno sul volto di sua figlia.
Saggio sull’eros e sulla scrittura con immagini e immagini (anche doppie o triple nella stessa inquadratura) nello stile enfatico di Greenaway. Passato e presente, bianco/ nero e colore si mischiano in un racconto di una bellezza visiva eccezionale. Peccato che il fascino delle immagini svanisca presto e dopo neanche mezz’ora sopraggiunga la noia più profonda.. Io ricorro al tasto di scorrimento veloce del videoregistratore, ma non è sufficiente. Sicuramente un film sontuoso ma non riesce a trasmettere neanche un minimo di emozione. Le immagini sono si belle ma stucchevoli, i dialoghi o certi monologhi sono imbarazzanti:
“capezzoli come bottoni d’osso”
“l’addome come una terrina capovolta”
“il pene come un cetriolino in salamoia”
Ma per favore! Tralascio altre sgradevolezze in serie… A un certo punto tra uno sbadiglio e l’altro mi sono comparsi davanti una serie di uomini nudi e mi è sembrato un incubo travestito da "una gara a chi lo ha più grosso". Il colpo di grazia me lo ha dato la colonna sonora dove i canti tradizionali giapponesi si mescolano con la musica leggera occidentale... La cosa migliore del film? I titoli di coda che scandiscono la fine di un supplizio.

Cinema insulso e insopportabile. Sugli stessi temi come ha scritto il buon Mereghetti rivedersi Ecco l’impero dei sensi di Oshima oppure, aggiungerei io, un buon porno almeno ci si risparmierebbe questo intellettualismo fastidioso.
Voto 3
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