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giovedì, 29 novembre 2007
La rassegna "Filmaker doc 12" ha regalato anche qualche gemma nascosta tra giovinastri che si credono grandi registi, claque delle scuole di cinema, documentari su documentari (mah…), estenuanti esercizi di stile, perenni pedinamenti zavattiniani (ancora?), film vecchi come il mondo, echi situazionisti forse apprezzabili. Notevoli visioni con l'immenso Frederick Wiseman e il suo fluviale State Legislature ma soprattutto con il nuovo film di Jia Zhang-Ke, il regista di Still Life, Leone d'oro a Venezia 2006.

Tre storie si incrociano all’interno dell’immensa Cina: a Canton una grande industria d'abbigliamento produce senza interruzioni vestiti; a Parigi in un freddo giorno d'inverno è presentata la linea sofisticata di una stilista cinese; infine si torna a Fenyang, terra natale del regista, dove il cerchio si chiude con la quotidianità lenta e monotona di un gruppo di sarti che hanno dovuto rassegnarsi alla vita in miniera.
Il regista prosegue a riflettere, come in Still Life, sulla realtà sociale cinese. Questo film (presentato a Venezia nella sezione Orizzonti) dovrebbe essere un documentario puro, ma va al di là del semplice racconto della realtà e riflette sulla storia, sul consumismo, sulle relazioni interpersonali e sulla produzione industriale. Ha una precisa valenza politica. È una testimonianza su come cambiano rapidamente le cose in Cina. Sul significato dell’opera Jia Zhang-Ke è molto chiaro:
Moda e potere sono buoni complici in Cina e io percepisco una qualche oscura connessione tra l'ossessione per i nuovi marchi di grido e la costante rimozione della memoria storica. Tutto ciò va combattuto.
Non è un vero documentario e non è fiction. Jia Zhang-Ke ha una capacità incredibile nel raccordare le scene "documentarie" (con la presenza incombente dei rumori naturali come le macchine, i telai, ecc) e quelle più "cinematografiche" (spesso con la presenza della colonna sonora). Il suo stile è secco, senza fronzoli e dimostra una padronanza registica impressionante anche con il digitale. Lo stesso regista parla di "documentario preparato":
Se si afferra una certa realtà, ma non la si cattura spontaneamente con la telecamera, perché non disporre gli elementi così da poterla catturare?. La realtà può essere distorta dall'occhio vigile della telecamera: bisogna sempre riflettere e giudicare.
I temi di Wuyong sono i medesimi del film Leone d’oro: piccole vite poco significative che unite tra loro e il contesto raccontano un paese in evoluzione. Il regista indugia molto sugli spazi e i corpi, il suo cinema è fatto di lentissimi carrelli su particolari apparentemente secondari: le vite degli operai, della stilista e dei sarti/minatori sono scandite da questo suo modo "differente" di fare Cinema. Un cinema che ha un significato ben preciso: la perdita della memoria di un popolo che è passato troppo in fretta dall’economia rurale a quella capitalista. Un popolo che cammina a testa bassa perché non si deve curare di ciò che accade intorno.
In conclusione, questo film è la riprova che il cinema ha trovato un altro grande autore.
voto 8.
martedì, 27 novembre 2007
Prendo spunto da alcune puntate di Passepartout (il programma sull’arte della domenica all’ora di pranzo su rai3) per avventurarmi in un tema complesso e importante.
Philippe Daverio parte dalla Biennale di Venezia per parlare di Globalizzazione. Sostiene che siamo in un periodo dove tutto si uniforma. Si omologano i mercati finanziari (basta vedere i grafici borsistici ormai uguali in tutto il mondo…) e si omologa anche l’arte. Allargo l’argomento con quanto letto da Massimo Fini qualche mese fa e appuntato:
Siamo in un momento in cui c’è la completa subordinazione dell’uomo al modello produttivo, standardizzazione e omologazione degli stili di vita e degli stessi individui in ragione di esigenze economiche, tecnoligiche di mercato.
Ma anche nella vita di tutti i giorni siamo omologati, sempre Fini:
Stiamo attenti a qualsiasi cosa, facciamo esami su esami, si deve stare attenti agli spifferi, non si può fumare, non si può bere, è proibito ingrassare. Dobbiamo garantirci da ogni rischio, ci si assicura su tutto, facciamo addirittura le assicurazioni sulle assicurazioni..
Daverio limitandosi all’arte parla di egemonia del buongusto e parla di necessità di respingerla. Come? Paragona diverse mostre, il design industriale, l’estetica, e anche lui allarga il discorso: afferma che bisogna pensare che è arte quello che viviamo, fare arte è la necessità di raccontare il presente. Ognuno deve avere la sua diversità, la sua ricerca di se stessi, un’estetica personale, umana, che deve guardare alla propria diversità, alla propria individualità per resistere al pericolo dell’omologazione. Daverio riprende il situazionismo di Debord e il suo fondamentale La Società dello spettacolo:
lo spettacolo è la continuazione del potere. Il potere utilizza anche lo spettacolo per autoalimentarsi.
Concordo ed estendo l’argomentazione anche al cinema. Parlare dell’egemonia dei film di Hollywood tutti uguali è superfluo, ma di recente assistiamo ad un’omologazione anche dei film indipendenti (il Sundance, il festival di Redford, ormai propone sempre film uguali a se stessi) e addirittura dei film d’autore (non ci si sorprende più neanche ai festival di Cannes e Venezia), per non parlare dei film italiani… Riprendo quanto detto di recente da Brian De Palma:
Qualsiasi film prodotto dagli studios, oggi, che valore può avere se non parla di quello che sta succedendo? Siamo un mondo in guerra, che senso hanno ora le commedie sexy, le pellicole su gente che spia dalla finestra il proprio vicino, la fantascienza o i film su un ventunenne che non riesce a sposarsi e che alla fine magari riesce a sposarsi? Chi se ne frega?
De Palma sostanzialmente contraddice 30 anni di carriera che tranne pochissime eccezioni non è mai stata politica, ma sempre estetica e di genere. Pertanto questo ragionamento è molto interessante: fare poi un film come Redacted sulla guerra in un momento in cui la guerra è fatta per l’omologazione (per esportare il massimo sistema omologante, la democrazia) è una cosa straordinaria. E non si obietti che anche con il Vietnam si fece la stessa cosa, perché tutti i film sulla “sporca guerra” si fecero dopo la fine del conflitto. Perciò quello che succede oggi è una novità per il cinema americano sicuramente positiva (ad esempio il nuovo film di Haggis e altri in uscita nei prossimi mesi).
Siccome mi piace essere paradossale devo però constatare che per quanto riguarda questo periodo artistico, siamo quasi all’omologazione del pacifismo, escono solo film contro la guerra (ai tempi del Vietnam c’era anche il guerrafondaio John Wayne con il vergognoso Berretti Verdi). Cosa pensare allora? Che potere ha un film? Che potere ha un’opera d’arte? Il cinema è inutile? Sicuramente non cambia i consensi dell’opinione pubblica, figuriamoci una mostra o un quadro… L’unico strumento che può cambiare i consensi normalmente si trova nel salotto di casa… perciò quando Daverio parla di omologazione anche nella propria abitazione si potrebbe pensare di sostituire la scatola magica con qualcos’altro…
postato da ClaudioCasaz |
15:38
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lunedì, 26 novembre 2007
“Tutto deve cambiare perché tutto rimanga uguale”
Frase simbolo del romanzo postumo (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a me ricorda qualcosa dell’attuale politica italiana... però sarebbe un discorso troppo lungo da fare.
Film immenso visto sabato sera allo Gnomo all’interno di una bella rassegna sull’unità d’Italia (Senso sempre di Visconti, 1860 di Blasetti, W l’Italia di Rossellini, ecc…). Lo Gnomo, il cinema gestito dal Comune di Milano, è purtroppo ridotto allo sfacelo più completo: nessuno all’ingresso, i bagni non funzionano e soprattutto pochissima promozione per eventi notevoli come questo. Risultato: eravamo in 20 per vedere uno dei maggiori capolavori del cinema italiano, poi nelle multisala c’era la fila per Matrimonio alle Bahamas o per altre amenità spacciate per cinema...

Nel 1860 Garibaldi e le sue camicie rosse avanzano in Sicilia. Tancredi (Alain Delon), nipote del principe don Fabrizio di Salina (Burt Lancaster), si arruola volontario e si fidanza, col consenso dello zio, con Angelica (Claudia Cardinale), figlia di un nuovo ricco. È l’inizio di una nuova era culminata da un ballo nel palazzo di Palermo dove l'aristocrazia festeggia la scongiurata rivoluzione.
Palma d’oro a Cannes nel 1963, è uno dei maggiori film di Luchino Visconti. Sfarzosa ricostruzione della Sicilia prima borbonica e poi sabauda. Un film fastoso che sa essere anche, cupo e ombroso, sostanzialmente fedele allo spirito del romanzo. Il trasformismo della politica, il ruolo fondamentale della Chiesa, la Sicilia come specchio dell’Italia. Una riflessione amara sulla fine di un mondo, sintetizzato dal discorso del Principe di Salina al funzionario del Regno, che non capisce: “prima qui c’erano i gattopardi, ora arrivano gli sciacalli”.
Gli stessi temi dei Vicerè (probabilmente il romanzo di De Roberto è superiore a quello di Tommasi di Lampedusa) ma questo è cinema: 3 ore di film che passano in un baleno, trascinati dalla regia maestosa (la famosissima scena del ballo finale costata 36 giorni di riprese, le clamorose scene di massa, la ricostruzione storica esemplare), dalla sceneggiatura perfetta e dalla musica magniloquente di Nino Rota. E sugli attori che dire? Su tutti emerge un Burt Lancaster strepitoso nel calarsi nella parte del principe: realmente incredibile come con un piccolo gesto, ad esempio accendersi un sigaro, riesca a dimostrare un cambiamento fondamentale nella sua vita e nella storia di un paese.
Voto 9,5.
postato da ClaudioCasaz |
09:20
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venerdì, 23 novembre 2007
L’esordio registico di Valeria Bruni Tedeschi l’avevo perso al cinema, l’ho recuperato ieri in dvd.
La regista è attrice famosissima soprattutto in Francia (Chereu, Ozon, Chabrol…), in Italia la ricordo nel bellissimo La parola amore esiste di Calopresti. Al festival di Torino si può vedere in questi giorni il suo secondo film Attrici.

Parigi. Federica è ricca… troppo ricca. Questo privilegio la fa sentire in prigione e le impedisce di vivere una vita normale, da persona adulta e di assumersi le sue responsabilità con un fidanzato che vorrebbe mettere su famiglia, un ex amante che ricompare all’improvviso, le liti con la sua famiglia che vive fuori dalla realtà e che viene destabilizzata dalla malattia del padre.
Valeria Bruni Tedeschi dirige questo massacro surreale dove prende in giro se stessa e tutto quello che le sta intorno: la famiglia soprattutto, l’alta borghesia, la religione, la politica, l’ideologia, il teatro… Ne esce un racconto autobiografico, ironico e cinico dove la regista-attrice è presente in tutte le scene, si racconta, si umilia, si mette letteralmente a nudo. Un film che echeggia molto cinema francese, un cinema che la regista conosce e che la vede spesso interprete bravissima. Io ci ho intravisto qualcosa della vecchia e cara nouvelle vague: sapori rohmeriani e atmosfere à la Garrell, forse esagero perché il film è pieno di tocchi surreali che c’entrano poco con il rigore di Rohmer o Garrell ma forse l’accostamento ci sta perchè il film è pieno di quella libertà che la nouvelle vague ha sempre voluto inseguire.
Tutto il film è percorso da un filo sottilissimo che divide la farsa ridicola dall’autorialità estrema e forse la sua unica pecca è il non sapere dove spingersi (le scene tagliate che si vedono nel dvd sono le più divertenti, forse tagliate perché facevano troppo ridere in un contesto “serio”). Comunque un esordio convincente e originale che trova la sua forza proprio nel mischiare tragedia e follia.
Voto 7+
giovedì, 22 novembre 2007
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