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sabato, 10 maggio 2008
Notizia di ieri: sempre più drammatica la situazione a Beirut, il bilancio degli scontri di venerdì tra le milizie di Hezbollah e i filogovernativi antisiriani parla di almeno dieci morti e molti feriti. Ecco allora l’attualità di questo bel film di Philippe Aractingi, presente a Venezia l’anno scorso e ora nelle sale.

La trama
Libano, 2006. All'indomani dell'annuncio del cessate il fuoco tra l'esercito israeliano e i militanti Hezbollah, Zeina (la bravissima Abou Farhat) parte da Dubai alla ricerca disperata della sorella e del figlio. Giunta in Libano incontra un tassista, Tony (Georges Khabbaz) disposto a condurla per trecento dollari nel sud del paese. Aractingi utilizza così il canovaccio che ha fatto grande il cinema iraniano (Kiarostami e i suoi capolavori Il sapore della ciliegia e Sotto gli ulivi), un’automobile che gira per strade dissestate alla ricerca di qualcosa.
Il commento
All’inizio può sembrare il classico film da festival per far pensare a noi occidentali che ci sono guerre proprio vicino al nostro naso (l’ironia dei cinefili milanesi lo potrebbe definire “il film per le sciure dell’Anteo”). Ma a poco a poco Philippe Aractingi evita le facili retoriche e gira un film alla maniera neorealista.
Il regista parte perciò da Rossellini, segue i due attori in ambienti autentici tra la gente comune: uomini, donne e bambini che non interpretano altro che se stessi. La forza emotiva di Sotto le bombe è quella di un film "di guerra" pensato e realizzato senza distanza temporale dal conflitto (con tutto il rispetto lo stesso che fecero Rossellini e gli sceneggiatori per Roma città aperta).

Il punto di forza è il non voler fare un film contro Israele o Hezbollah, Aractingi riflette senza ideologia sulla percezione della guerra da parte dei civili, estranei a logiche “politiche”. Infatti ci sono ben pochi riferimenti alla guerra (un striscione di Hezbollah e alcuni discorsi degli amici del tassista) e sono sempre mostrati solo dal punto di vista personale di chi subisce il conflitto.
Anche l’intreccio tra i due protagonisti non è banale: a poco a poco i due scoprono la reciproca umanità, certe sfumature e colpi di scena sono interessanti e inaspettati. Tuttavia il regista, giustamente, non fa del rapporto tra i due un uso “emozionale”, anzi gli concede pochissime scene melodrammatiche. In definitiva un ottimo film. Ma queste parole lasciano il tempo che trovano quando si è veramente sotto le bombe.
Voto *** (nonostante un doppiaggio piattissimo)
venerdì, 09 maggio 2008
Il trash non è il mio genere ma sotto l’effetto dei farmaci riesco a vedere di tutto... Racconto un paio di film visti di recente.
Citizen Toxie: Toxic avenger parte IV
Non chiedetemi perché ho visto il quarto episodio. So solo che mi hanno dato in mano il dvd e io l’ho infilato nel lettore... Il film inizia così:
"Quindici anni fa a Tromaville, nel New Jersey, capitale mondiale dell'inquinamento tossico, Melvin Ferd, un ragazzino qualunque, magro, imbranato e dai capelli incolti veniva costantemente oltraggiato e deriso da tutti. Fino al giorno in cui finì in un bidone di rifiuti altamente contaminati che lo tramutarono in una orrenda creatura deforme dalle dimensioni e dalla forza sovrumana: Toxic Avenger, il primo supereroe del New Jersey. Da questo soggetto sono stati realizzati due sequel che facevano veramente schifo, scusateci. QUESTO è il sequel vero "
(La voce fuori campo, nell'incipit del film)

La trama
A Tromaville la vita scorre tranquilla. Un giorno, la Scuola per Ragazzi Molto Speciali viene presa di mira da un attacco della “Mafia del Pannolino”, un gruppo di terroristi esaltati che portano tutti il pannolone. Solo Toxic Avenger (David Mattey) e il suo assistente obeso Lester Lardass (Joe Fleishaker) possono sventare il piano e disinnescare la bomba, che però esplode e Toxie si ritrova a varcare un incredibile varco dimensionale, venendo catapultato insieme a due ragazzi disabili scampati alla strage nella cittadina di Amortville, ossia l'esatto opposto di Tromaville, in cui regna il crimine.
Il commento
Ci si diverte sicuramente e il tempo passa tranquillamente tra combattimenti, salti temporali, sesso più meno porno, battute deliranti e anche qualche trovata geniale:
- durante un comizio del sindaco di Tromaville c’è un cartello con il numero degli abitanti della città, dopo poco c’è una sparatoria e il cartello cambia tenendo conto degli abitanti che nel frattempo vengono uccisi;
- il capo dei nazisti di colore è una trovata stile Monty Python…
L’assurdità della trama è per fortuna superata da una sana goliardia e dal non prendersi mai sul serio. Il delirio totale con cui è raccontata è il vero punto di forza di un film che si riesce anche a vedere.
Voto *1/2
SGT. KABUKIMAN NYPD
Qua il discorso è più complesso. Si tratta di una parodia del poliziesco ed è uno dei più grandi successi della Troma, ha generato anch’esso un sequel e il protagonista è divenuto uno dei simboli della Troma (è anche presente in The Toxic Avenger IV).

La trama è abbastanza contorta ma riassumibile in un sergente di polizia che attraverso strani poteri, avuti baciando un vecchio commediante del teatro kabuki, si trasforma nel supereroe Kabukiman: combatte una cospirazione tra il magnate della finanza Stewart e il reverendo Snipes che impadronendosi di grosse somme di denaro (attraverso sacrifici umani) cercano di far vincere il Maligno sul Buono.
Il commento
Pura idiozia. Ci sono scene divertenti ma la seriosità di fondo è malefica per il film che risulta troppo lento e con certi dialoghi “seri” a dir poco imbarazzanti. Anche qui c’è qualche trovata geniale (le armi di Kabukiman sono ventagli, bacchette e sushi giapponese) ma non basta per rendere sopportabili quasi due ore di deliri fantascientifici da serie Z.
Voto *
In definitiva cinema per fumettari e fanzinari o per chi ogni tanto a voglia di farsi quattro sane risate…
mercoledì, 07 maggio 2008
Scrivo mentre nella testa mi frullano pensieri scomposti.
- Wes Anderson mi è sempre piaciuto.
- Certo... Rushmore e I Tenenbaum sono ottimi film!
- Mentre è stata una mezza delusione Steve Zissou.
- Verissimo!
- Però questo conferma il suo indubbio talento visivo e narrativo.
- Sicuro!
- Mi fa pensare al miglior Blake Edwards.
- Addirittura?
- Si però gli manca qualcosa
- Cosa?
- Non lo so.
- Cos’è una citazione della sceneggiatura di Anderson?
- Non lo so.
Lasciamo i dubbi a dopo, e iniziamo dallo strepitoso cortometraggio parigino con Natalie Portman che fa da prologo e da epilogo al film (visto il racconto che ne farà Schwartzman nel finale).
HOTEL CHEVALIER
LEI se questa notte facciamo l’amore mi sentirò una merda
LUI a me sta bene

Ambientato nella stanza di un lussuoso hotel parigino, l’Hotel Chevalier, racconta di una storia d'amore senza speranza tra uno sconsolato ragazzo in esilio amoroso (Jason Schwartzman) e una fanciulla bellissima e un po' crudele (Natalie Portman), che improvvisamente piomba a turbare la malinconia di lui. 5 minuti di tecnica sinuosa, quattro battute, musica straniante e bellissima, una scena di sesso e due personaggi che con gli occhi raccontano la loro vita... Meraviglioso.
E Natalie Portman è semplicemente da urlo! E non può ricordare Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro...
 
Voto ***1/2
IL TRENO PER IL DARJEELING
- cosa è successo?
- il treno si è perso!
- ma come... ha le rotaie!
Forse non è esattamente così il dialogo ma è una battuta meravigliosa.

La trama
Tre fratelli (Adrien Brody, Jason Schwartzman e Owen Wilson) viaggiano su un lentissimo treno che attraversa l'India. Dopo la morte del padre, i tre hanno pianificato un vago pellegrinaggio in cerca della madre (Anjelica Huston) per provare a ricostruire un rapporto familiare.
Il commento
Si inizia con Bill Murray e Adrien Brody che corrono al rallentatore per prendere al volo un treno e la musica di sottofondo è da subito fantastica. Ci accompegnerà per tutto il film una colonna sonora geniale che omaggia gli anni ’70 combinando le musiche dei film di Satyajit Ray con i Kinks e i Rolling Stones.
Ci si immerge subito in una tragicommedia tra personaggi buffi e malinconici in cui, come si è scritto, si sentono gli odori e ci si strabilia per i colori. Divertentissimo e pieno di un umorismo lunare e sofferto. Anderson è poi bravo nel cambiare spesso registro virando sul dramma e sorprende non poco, però trova una grande difficoltà nel dare una profondità ad una storia risaputa e di per sè poco consistente: il tema dei tre fratelli che trovano, forse, se stessi in India, è un po' banale ed esile. Con il suo stile e la sua comicità Anderson riesce comunque a farne un buon film anche se molto meno angoscioso di I Tenenbaum, infatti anche la morte ha un valore “positivo” simboleggiando la riappacificazione dei fratelli.

In definitiva Il treno per il Darjeeling solo a tratti sembra avere qualcosa da dire, però Anderson ci gioca con una bravura indiscutibile che affascina: come non ridere a crepapelle per chicche come la scena slapstick del serpente? E come non ammirare la bellezza stilistica della carrellata prefinale conclusa con Natalie Portman sul letto d'hotel? Una carrellata che mi ha ricordato l’immensa scena finale de I vitelloni di Fellini...
- E come concludo?
- Non lo so.
- Diciamo che è un bel film
- Certo
- Lo rivedrai?
- Non lo so.
Voto **1/2
Ps. Perchè titolarlo Il treno per il Darjeeling quando l’originale era Darjeeling Limited? E soprattutto perche “per il Darjeeling”, quando Darjeeling è una citta? Oppure intendevano Il treno per il tè Darjeeling?
martedì, 06 maggio 2008
Continuiamo con il cinema italiano. Tratto dal romanzo di Massimo Carlotto, con piacere segnalo questo film di Enrico Pau (il secondo dopo il bel e misconosciuto Pesi leggeri del 2001), visto due anni proveniente dal Festival di Locarno e distribuito ora con ritardo mostruoso e ovvia difficoltà nel renderlo visibile.

La trama
Sarroch (Sardegna sud-occidentale) sonnecchia tra le montagne, il mare e il profilo delle alte ciminiere di una raffineria petrolchimica. Jimmy ha quasi diciotto anni e ci vive da sempre con la sua famiglia di operai. Nell'assenza di prospettive, sente forte e rabbioso il richiamo di un comportamento che lo porta presto fuori dalla legalità. La sua vita forse cambierà in una comunità di recupero.
Il commento
Non è un grande film ma è comunque un piccolo atto di coraggio nel descrivere una Sardegna isolita e tutt’altro che attraente. Pau è bravo nel disegnare un paesaggio fatto di vento e mare che, sempre parlando di Sardegna, mi ricorda Mereu e il suo bellissimo esordio Ballo a tre passi.

Il bello e il brutto del film è nella descrizione del protagonista, il bravo Nicola Adamo, e nella sua scelta tra il rinchiudersi dentro a una fabbrica o scappare. È bello il ritratto di una ribellione senza perchè e di mancanza di fiducia nella vita, negli altri, in se stesso. Pau ha sensibilità nel ritrarre queste caratteristiche e le sue contraddizioni. Il brutto sono alcune ingenuità (le scene "oniriche") e qualche svarione di sceneggiatura, certi stereotipi e gli eccessi di ribellismo a tratti stucchevoli.
È comunque un tentativo generoso che evita la didascalica e facile sociologia e soprattuto è positivo non dare giudizi e soluzioni. Bravi anche i molti attori non professionisti presi propria dalla comunità di recupero ed è da segnalare anche la prova di Valentina Carnelutti.
Voto **
venerdì, 02 maggio 2008
Ritorno su Virzì perché ripensando a un giudizio sono sempre più dell’idea che si tratta del film italiano più importante, se non il più bello, degli ultimi 10 anni. È un film enorme che non va assolutamente minimizzato. È da vedere e far rivedere a chi, rinchiuso nel suo mondo intellettuale (ad esempio Roberto Escobar, mio relatore di tesi e critico del sole 24ore), lo attacca in modo imbarazzante con un livore insensato. Provo a farne un’analisi a 360° e in generale ne traggo spunto per un discorso sui luoghi comuni della critica a un film.
Formalmente la commedia
C’è chi non vede Tutta la vita davanti come un grande film per il tono, la commedia, e la regia “banale”. Questi spocchiosi e insostenibili censori dell’estetica dovrebbero iniziare a capire che anche una commedia può essere un grande film! Questi “fautori del terrorismo critico” dovrebbero concepire che per fare un grande film non sempre sono necessari i silenzi alla Kieslowski o alla Bresson, i carrelli alla Bertolucci, la meravigliosa tecnica di Sokurov, ecc… Molto spesso, come insegna il cinema americano classico, “la regia migliore è quella che non si vede”, dove non si percepisce lo stile. Ma anche considerando che non stiamo parlando di una regia straordinaria dobbiamo però pensare che un film può essere girato in modo imperfetto ed essere consapevoli della sua imperfezione: come si dice spesso “il linguaggio di un film è il suo contenuto”. E qui il linguaggio è volutamente non perfetto: Virzì non è un genio della macchina da presa ma la sa ben utilizzare per mostrare il nostro paese e, come ha ben scritto un altro critico, riesce così ad aggiornare la commedia all’italiana. La commistione dei generi con i sogni felliniani (non di certo un paragonarsi al regista di Amarcord ma un omaggio oltre che una constatazione che la genialità di Fellini era anche “realistica”) e il grottesco alla Petri (altro omaggio a un cinema che oggi non si fa più e non certo un paragonarsi a esso) si mescolano con una sceneggiatura che reggerebbe con i classici di Scola, Risi o Monicelli. Grandioso altro che banale!

I “solisti critici”.
È un’autocritica perché spesso mi ci ritrovo, ma è prassi ormai consolidata per le varie cricche cinefile e critiche amare solo quei film che vedono solo loro! Perciò ogni volta che un film ha successo storcono il naso, non sia mai che a me piace una cosa che piace alla massa. No, non è possibile! E perciò si difendono a spada tratta tutti i film misconosciuti e non si perde tempo con quei film che fanno cassetta. Terribile…
I “nuovisti” e la grandezza del “vecchio”.
Quando non si hanno argomenti poi il più semplice è bollare un film per “vecchio”. Il nuovismo è un altro male indissolubile della realtà che ci circonda e di certa critica cinematografica. Ma poi perché nuovo dovrebbe essere meglio di vecchio?
I “passatisti” esterofili
Poi ci sono quelli che il cinema italiano fa schifo, eh no un film italiano no, i passatisti che dicono sempre: io non vedo film italiani belli da 20 anni (forse perché non vanno al cinema) e urlano che non ci sono più i film italiani di una volta! Basta! Non se ne può più, piantiamola con l’incensare qualunque film asiatico o americano (a seconda della cricca cinefila/critica). Ovviamente ci sono stati e ci sono ancora limiti nel cinema italiano ma solo quest’anno sono usciti dei bellissimi film (questo di Virzì, Non pensarci, La ragazza del lago, in parte Caos calmo…) e ci sono fior di registi giovani e meno giovani che fanno del bel cinema: Sorrentino, Garrone (entrambi a Cannes in concorso), Kim Rossi Stuart (Anche libero va bene è un piccolo capolavoro), Giordana, Franchi (almeno il primo film è straordinario), Moretti, Amelio, Placido (a volte), Bellocchio, Olmi ecc… E riconosciamolo una volta tanto!
Dentro il film e dentro la realtà
Tornando al film, Tutta la vita davanti può dar fastidio ad alcuni perché in neanche 2 ore riesce a raccontare, che lo si voglia vedere o no, il nostro paese. Tutte le brutture del mondo del lavoro, la politica, la tv, i rapporti umani, la gioventù, la vecchiaia, la maternità, la solitudine e la fragilità delle persone. Probabilmente alcuni non capiscono come un cineasta riesca ad essere più dentro alla realtà di sociologi, politici e intellettuali… Non ci si accorge di nulla e poi ci si lamenta di un paese che va completamente verso altre direzioni, magari si dovrebbe riflettere sul proprio lavoro e non su un film… O partire da un film per riflettere…
Poi c’è anche chi non crede che l’Italia sia così e ne nega l’evidenza, e chi invece dice che è giusto che sia così. Direi che è giusto che ci siano anche opinioni non commentabili…
La morale
Non c’è una morale. La grandezza del film si coglie una volta capito che non si riferisce mai alle categorie morali. Non c’è nessun manicheismo nei personaggi, solo destini che si incrociano. Non c’è nulla di compiaciuto e di autoreferenziale c’è la vita che scorre con tutte le sue gioie e le sue contraddizioni. C’è una constatazione di un momento terribile e c’è una speranza, tutt’altro che consolatoria, che un futuro ci sia davvero…
In conclusione, si tratta di un gran film. È come ascoltare l’ironia incazzata di Gaber, la poesia immensa di De Andrè e la magia stralunata di Jannacci…
postato da ClaudioCasaz |
08:28
| commenti (50) recensioni, poesia, politica, riflessioni, cinema, vita, news, storia, critica, attualità , paolo virzì, nelle sale, cinema italiano, spettatori, sceneggiatori
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